UR

UR, la poesia invincibile

Poco più di un milione di anni fa, per la prima volta da quando la vita aveva avuto inizio, oltre tre miliardi di anni prima, si affacciò all’esistenza una forma di vita in grado di volgere il proprio sguardo su se stessa e su ciò che la circondava. Quell’organismo, chiamato uomo, divenne l’occhio consapevole attraverso il quale la vita indaga se stessa, il collo di bottiglia della coscienza del mondo, l’elemento decisivo attraverso cui il mondo consapevole acquista identità.

Tutto sembra così come l’uomo lo percepisce: il tempo, l’ambiente, lo sviluppo, il futuro e le soluzioni tecnologiche che aiuteranno ad affrontarlo. Tutto sembra girare intorno all’uomo, alla sua capacità di trasformare e addomesticare la realtà o alla sua capacità distruttiva – come se, dall’agire dell’uomo, dipendesse addirittura la sorte della vita sul pianeta.

La minaccia nucleare, la deforestazione e l’innalzamento globale della temperatura, l’aumento della popolazione, le manipolazioni genetiche: pare che tutto questo, se non opportunamente gestito, possa mettere a dura prova la vita sul pianeta. Ma non è così. Qualcosa, nella storia della vita sulla Terra, è immutato e immutabile. Esisteva prima che l’uomo comparisse, esisterà dopo la sua scomparsa.

Questo qualcosa assume forme e identità che cambiano con il tempo; riceve nomi e descrizioni diverse da filosofi e teologi ma rimane uguale nella sostanza.

La biologia suggerisce che tutto potrebbe aver avuto origine dall’inarrestabile tensione verso l’autoreplicazione di geni. Il modo migliore – forse l’unico possibile – per garantire la propria perpetuazione sarebbe stato la creazione di organismi: plastici, mutevoli, capaci di autoreplicarsi sotto una rigida dittatura di acidi nucleici.

Tutto potrebbe riassumersi in un’unica linea di sangue che nel tempo muta foggia e colore, assume i caratteri di individui diversi che trasmettono sempre lo stesso ‘pool’ di informazioni, codificate di volta in volta con leggere variazioni sul tema. Gli organismi sarebbero semplici contenitori in grado di adattarsi o meno alle condizioni ambientali. Gli individui sarebbero così il mezzo che permette il trasferimento dei dati, e non il fine ultimo della vita.

La vita, date le condizioni minime necessarie, esiste e non può fare altro che esistere: è la regola, non l’eccezione.

Una potente regia di acidi nucleici, vasta tanto quant’è vasto il mondo: immortale, in perenne replicazione e adattamento, che crea intelligenza e amore, altruismo e passione, odio e pietà. Le travolgenti passioni dell’uomo, dal punto di vista dell’uomo, diventano così pura estetica. L’assenza di un senso trascendente e la conseguente necessità di attribuzione di senso, ne fanno lo spettacolo più grande. La bellezza è tutta li, non c’è un luogo da cui proviene, non c’è una sorgente. La bellezza è connaturata alle cose.

In questo scenario, l’uomo potrebbe essere il primo rappresentante di una nuova tendenza evolutiva: il primo tentativo di preferire capacità indagatorie e abilità nel modificare l’ambiente circostante, al perfezionamento di forme e funzioni: dal punto di vista della vita meglio mettere a punto un organismo in grado di modificare l’ambiente che adattare continuamente l’organismo a un ambiente che cambia capricciosamente.

La consapevolezza del cambiamento regala all’uomo la continua misura di se stesso, ne inquadra la dimensione, lo spiega come parte soggetta al tutto. Non viceversa. Gli uomini sono indispensabili solo a se stessi, non possono distruggere se non se stessi. Il giorno in cui l’ultimo uomo lascerà il pianeta, milioni di altre specie faranno ciò che sempre hanno fatto: vivere e cambiare.

UR è ciò che sopravvive, ciò che ci sarà sempre, ciò che per sua natura è incurante della nostra sorte. UR è poesia invincibile.

 

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